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Il gioco del Lotto a Napoli
Sezione: Varie da Napoli | 1 febbraio 2009 scritto da nando
La parola “lotto”, di antica origine germanica – “hleut” identificava infatti i giochi basati sulle estrazioni – fa subito pensare ad un’attività ludica oggi molto radicata nel Sud Italia, in particolar modo a Napoli. Eppure il lotto nacque in origine a Genova, per arrivare a Napoli solo nel 1682. Una decisione, a quel tempo, presa dai suoi governanti, allo scopo di incrementare le entrate dell’erario, nonostante la Chiesa fosse avversa a tale scelta e perseguitasse chi praticava il lotto perché lo considerava – come tutti gli altri giochi d’azzardo – una pratica peccaminosa. Abolito per qualche tempo, il gioco del lotto fu poi istituito nuovamente dal vicerè Carlo Borromeo nel 1712.

Estrazione del Lotto
E tra dibattiti e divieti, Carlo III, diventato re di Napoli, decise di mantenere in vita il gioco con la gestione diretta da parte della Corte. Il lotto, che in un primo tempo si chiamava “Seminario di Napoli”, fu poi soprannominato “Nuovo Lotto di Napoli”. Tra le modifiche, vi fu un aumento del numero di estrazioni. Dalle due in origine, queste passarono prima a nove e poi a diciotto l’anno. Ancora, dal 1806 si tennero due estrazioni al mese e, dal 1817, la lotteria divenne settimanale, con un appuntamento fisso ogni sabato. I premi del governo di quell’epoca erano i seguenti: 18.000 ducati per gli estratti, 45.000 per gli ambi e 120.000 per i terni. I ricevitori venivano chiamati “prenditori” o “pastieri”, mentre le ricevitorie erano i “pasti” o “botteghini”. Sembra che nel 1843, di botteghini, ve ne fossero ben mille distribuiti in tutto il Regno, a esclusione della Sicilia che gestiva un lotto proprio.
Le estrazioni avevano nel palazzo della “Vicaria”, sede del tribunale. Artefice della fortuna era un bambino bendato, accompagnato da due magistrati della Grande Corte dei Conti in toga e da due cittadini del “popolino” che venivano fatti salire sul palco per garantire la regolarità dell’estrazione.
Dopo l’ultimo tentativo fallimentare di abolire il gioco del lotto, operato da Giuseppe Garibaldi nel 1860, l’amministrazione crebbe tanto che il gioco fu affidata al Ministero delle Finanze. Seppur vive le critiche – Matilde Serao, ad esempio, continuava a vedere in quest’abitudine una grande immoralità e scriveva: “E’ contagiosa questa malattia dello spirito: un contagio sottile e infallibile, inevitabile, la cui forza di diffusione non si può calcolare. E non rimane solo nelle classi popolari, ma assale le classi medie, s’intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva sino all’aristocrazia” – il popolo continuava a godere di quello che consideravano un privilegio e una distrazione. Un divertimento, ma anche un’ossessione che, nella storia, hanno provato almeno una volta anche grandi nomi come Gabriele D’Annunzio e stranieri come Charles Dickens.
Nella storia del lotto sono numerose le tecniche per tentare di vincere. C’è chi decide di rivolgersi ai santi, chi ai propri morti che spesso appaiono nella notte. Ma le leggende sono davvero copiose e soprattutto curiose, come quella raccontata nel Libro magico di San Pantaleone. Secondo la teoria espressa in questo volume, per vincere un terno occorreva scrivere su un pezzo di carta di forma rettangolare la seguente formula completa dei numeri che si desiderava giocare: “In nome della Santissima Trinità Padre, Figliolo e Spirito Santo, sogno benefico su questi numeri… Angelo del cielo, aiutatemi”. Poi, il foglio andava custodito sotto a un cuscino e, durante la notte, un sogno avrebbe avvertito il potenziale giocatore sulla sorte di quei numeri.
Oggi il Lotto può essere considerato davvero come uno dei giochi più versatili attualmente esistenti, grazie alla libertà del giocatore che ha nel decidere i numeri e la puntata. Trattasi infatti di una scommessa che il giocatore fa nei confronti del banco, ovvero dello Stato, in una sequenza che è così distinta – ambata o estratto semplice, ambo, terno, quaterna, cinquina – e su più ruote cittadine.

Pagina della smorfia napoletana
Al gioco del lotto si collega inoltre la Smorfia napoletana che attribuisce a ogni sogno o a un evento quotidiano uno o più numeri compresi tra l’1 e il 90. Occorre dunque analizzarne i protagonisti e tradurli poi in cifre. Quanto alle origini della smorfia, queste sembrano essere molto antiche. Per alcuni, tutto partirebbe dalla tradizione cabalistica ebraica. Secondo la cabala, infatti, la Bibbia contiene lettere, parole e numeri accompagnati da un significato misterioso. Per altri, invece, la Smorfia sarebbe legata al nome di Morfeo, il dio del sonno nell’antica Grecia.
Valeria Scotti per Bella Napoli
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