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Il teatro napoletano

Sezione: Varie da Napoli | 8 maggio 2009 scritto da nando

Napoli è musica, ma anche recitazione. E il  teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche di questa città. Basti tornare indietro nel tempo e pensare a Jacopo Sannazaro che, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, recitava le sue farse prima alla corte angioina, poi presso gli aragonesi. Ma il teatro napoletano pre-Novecento è legato soprattutto alla tradizione e all’immagine di Pulcinella, maschera fissa il cui carattere, però, veniva plasmato – come spiegava Benedetto Croce – dagli attori che l’interpretavano.

 

Il più grande interprete di Pulcinella fu  sicuramente Antonio Petito, chiamato anche con l’appellativo di Totonno ‘o pazzo, l’unico a trasformare maggiormente il  personaggio. Esordì sulla scena all’età di sette anni e nel 1853, Totonno ereditò dal padre Salvatore (attore) la maschera di Pulcinella. Una vera e propria investitura  del camice bianco che lo consacrerà negli anni a venire come Il Re dei Pulcinella e Il Re del San Carlino. Suo allievo fu Eduardo Scarpetta che parlava così del maestro:  “Petito era capace di buttare giù una commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie risme di carta, di parecchie dozzine di penne d’oca e di un litro d’inchiostro, metà per la commedia, metà per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia. E le lettere si allungavano come tracciate dalla mano incerta d’un bambino, ora tenendosi ritte a stento, ora barcollando. Le righe si mutavano da orizzontali in trasversali, e così si andava avanti per pagine intere”.

 

Scarpetta, a  solo quindici anni, fu scritturato da Petito per impersonare il personaggio di Felice Sciosciammocca, spalla comica di  Pulcinella. Ma alla morte di Petito, Scarpetta decise di rinnovare il tutto, anche seguendo i gusti ormai cambiati del pubblico napoletano. Introdusse ad esempio i personaggi della borghesia cittadina e mantenne però più vivi che mai i caratteri farseschi della tradizione.

 

Raffaele Viviani

Raffaele Viviani

Altro nome fondamentale della tradizione del teatro napoletano è Raffaele Viviani. Autore, attore, poeta, acrobata, musicista, melodista e cantante nato in una famiglia povera, Viviani metteva in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti, creature vive costrette a sopravvivere in un’eterna guerra.  Il teatro di Viviani fu quindi un teatro diverso e sconvolgente costretto, durante il fascismo, a subire anche ostilità e forti censure. Il suo debutto di attore-autore e regista avvenne il 27 dicembre del 1917 al Teatro Umberto di Napoli. Qui inscenò il dramma ‘O vico, commedia in un atto in versi, prosa e musica. Viviani raccontava così il suo teatro: “Non mi fisso sempre una trama, mi fisso l’ambiente; scelgo i personaggi più comuni a questo ambiente e li faccio vivere come in questo ambiente vivono, li faccio parlare come li ho sentiti parlare”. Elogiato da uno dei più famosi chansonnier francesi del Novecento, Felix Mayol, Viviani fu molto amico del comico romano Ettore Petrolini e del siciliano Angelo Musco.

 

I fratelli De Filippo: Peppino, Titina ed Eduardo

I fratelli De Filippo: Peppino, Titina ed Eduardo

Impossibile poi non citare la famiglia e i fratelli De Filippo. Figli illegittimi dello stesso Scarpetta, i tre fratelli Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo iniziarono giovanissimi a calcare le scene. Nel 1931, dopo aver fondato una compagnia di teatro autonoma,  ci fu l’esordio con l’atto unico Natale in casa Cupiello. Da qui il successo e la nascita di tante commedie quali Napoli Milionaria e Filumena Maturano, storie sempre ambientate a Napoli ma capaci di catturare l’attenzione di tutta l’Italia. Per ognuno dei fratelli, un percorso diverso. Per Peppino ad esempio, dopo la guerra, il lancio nel genere più comico andando a interpretare, accanto a Totò, alcuni dei suoi film più conosciuti. Tra questi, Totò, Peppino e la malefemmina e La banda degli onesti.

Anche Totò, comunque,  calcò le assi del palcoscenico. I suoi primi successi teatrali arrivarono recitando accanto a Eduardo e Titina De Filippo. In lui, però, un forte amore soprattutto per il genere burlesco di stampo pulcinelliano.

 

Dopo il primo dopoguerra, poi, l’apparizione della sceneggiata di matrice popolare. Composta da tre atti, questa dava luogo ad una recitazione drammatica. La prima “opera sceneggiata” fu allestita dalla compagnia di G. D’Alessio, la quale rappresentò l’opera Pupatella. Proprio come un varietà, la classica sceneggiata napoletana unisce in un’unica rappresentazione i monologhi, il canto, la musica, il ballo e la recitazione. I motivi principali sono: l’amore, la passione, la gelosia, i valori ancestrali, l’onore, il tradimento, l’adulterio, il rapporto madre-figlio, la vendetta, il codice d’onore, la lotta tra il buono e  ‘o malamente”. Ormai tipici i tre personaggi principali che costituiscono un triangolo: isso (lui, l’eroe positivo), essa (lei, l’eroina) e ‘o malamente (il malavitoso, il cattivo). La platea, rispetto al classico teatro, ha nella sceneggiata una partecipazione attiva e mostra la sua adesione o il suo dissenso alla vicenda rappresentata. Capitava infatti nel passato che presenti non fossero d’accordo sul finale della vicenda e nascevano animate discussioni al punto di sfociare in rissi e diverbi.

 

Valeria Scotti

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