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« Il mistero della Cappella di S. Severo e del Principe Raimondo de’Sangro | Home | Castel dell’Ovo »

La Cappella di Sansevero e il Cristo Velato

Sezione: Itinerari turistici | 2 maggio 2008 scritto da nando

La cappella di Sansevero è caratterizzata da una intensa ricerca del particolare, dal minuzioso lavoro di cesello e dalla oculatissima selezione dei materiali, specialmente per quanto concerne le opere marmoree. Qui tutto è mirabilmente amalgamato: Fede, Scienza e Arte, la cui fusione, si pensa, sia stata ispirata al Principe Raimondo de’Sangro dalle opere di Leonardo Da Vinci, il cui pensiero era intimamente conosciuto dal gentiluomo napoletano.La cappella è costituita da una sola navata e presenta una forma rettangolare. I lati presentano quattro archi a tutto sesto che si svolgono fino al presbiterio. Ognuno di essi accoglie un monumento sepolcrale. La piccola volta a botte è affrescata dal Russo e rappresenta “La Gloria del Paradiso”. L’affresco è contornato da un cornicione il cui materiale è una sostanza ritrovata dallo stesso Don Raimondo.

L’opera che però affascina coloro che vengono a visitare il piccolo tempio è senz’altro il mirabile “Cristo velato”, caratterizzato da un realismo in grado di sconvolgere letteralmente l’osservatore.

Il “Cristo Velato” è opera dello scultore Giuseppe Sanmartino (1720-1793) ed è datata 1753. in quest’opera l’artista traduce con realismo intenso profondi pulsioni interiori. Le pieghe del velo posto a mò di sudario, si distendono sul corpo ora nervosamente, ora serenamente infittendosi o ammorbidendosi in alcuni punti. Sembra quasi di poter toccare le carni delle divine membra esanimi sotto il velo che, più che di marmo, appare come fatto di seta. Sembra quasi che il capo del Cristo, reclinato nella sua posa mortale, acquisti in virtù di cause naturali (o soprannaturali) una duplice espressione a seconda del lato da cui lo si osservi: un’espressione da un lato umana e sofferente, dall’altro lato divina e magnifica. Una cosa è però certa: il Cristo Velato, è senz’altro una testimonianza d’amore, di Fede e di sofferenza che l’artista ha voluto trasmettere attraverso la sua opera. Artisti, scienziati e storici si chiedono da anni come sia stato possibile realizzare una tale, mirabile opera. Alcuni ritengono che, oltre all’indubbia bravura dell’artista, ci sia altro: la mano magica di Don Raimondo, che avrebbe scoperto, grazie ai suoi studi alchemici, una tecnica in grado di trasformare la seta in marmo. Tali supposizioni si perdono nell’alone della leggenda ma vero è che anche altre opere all’interno della chiesa, come “La Pudicizia velata“, sembrano essere state realizzate con la stessa tecnica ma da scultori diversi.

cristo.jpg

La “Pudicizia Velata” infatti non è opera del Sanmartino ma del Corradini, terminata nel 1751 e dedicata alla memoria della madre di Don Raimondo: la nobildonna Cecilia Gaetani dell’Aquila d’Aragona, morta in giovane età (la lapide spezzata è appunto il simbolo della prematura scomparsa). Non è difficile che l’osservatore si stupisca per la grazia del corpo e di come questo sia avvolto nel morbido velo. Un festone di rose spezza l’uniformità della figura, conferendole maggiore armonia. Sul basamento sottostante vi è il bassorilievo che rappresenta l’episodio del nuovo testamento del Noli me tangere, in cui il Cristo appare vestito da ortolano alla Maddalena alla quale però impedisce di toccarLo perché non ancora asceso al Padre.  La Pudicizia Velata

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