Napoli sotterranea
Scritto da nando il 21 settembre 2009

Ingresso di Napoli sotterranea
L’altra faccia della medaglia. Una città parallela o, meglio dire, una città su due livelli. Napoli sotterranea, un mondo ai più nascosto tra grotte, cunicoli, pozzi, caverne. Un’esperienza legata ai sensi e al passato, un viaggio oggi da intraprendere e possibile grazie alla conformazione morfologica e geologica del territorio partenopeo. Tutto ha inizio con le prime trasformazioni avvenute ad opera dei Greci che necessitavano di un approvvigionamento idrico. Da qui la nascita di cisterne sotterranee utili per raccogliere le acque piovane, oltre alla necessità di recuperare materiale da costruzione per poi erigere gli imponenti edifici di Neapolis.

Resti di edifici greco/romani
Nei secoli successivi la città crebbe sempre più, insieme al bisogno di dare vita a un vero e proprio acquedotto per raccogliere e distribuire acqua potabile. Quell’acquedotto vide la sua grande importanza durante il dominio romano, ma è solo nel 1266, con l’avvento degli Angioini, che la città iniziò a conoscere una grande espansione urbanistica e un incremento dell’estrazione del tufo dal sottosuolo. Fra il 1588 ed il 1615 poi, alcuni editti iniziarono a proibire l’introduzione di materiali da costruzione al fine di evitare una pericolosa e incontrollata espansione della città. E’ per questo motivo che i cittadini pensarono di estrarre il tufo sottostante la città. Un tipo di estrazione che avveniva dall’alto verso il basso, ma richiedeva molte attenzioni e tecniche particolari affinché la stabilità del sottosuolo rimanesse garantita e non ci fossero crolli improvvisi e imprevisti.
Seconda guerra mondiale: è in questo momento che avviene uno degli ultimi interventi al sottosuolo. Per offrire rifugi sicuri alla popolazione, furono allestiti in tutta Napoli ben 369 ricoveri in grotta e 247 ricoveri anticrollo. Poi, una volta terminata la guerra, a causa della mancanza di mezzi di trasporto tutte le macerie furono scaricate nel sottosuolo e i pozzi divennero delle vere e proprio e discariche.
Anno 1968: in questo periodo cominciarono a verificarsi alcuni problemi come rotture di fogne, perdite dell’acquedotto. Ma oggi, grazie a numerosi lavori di scavi e di bonifica, la Napoli sotterranea ha una sua storia ed è possibile visitarla grazie a studiosi e volontari che invitano napoletani e turisti a conoscere questa pagina inedita della città.
A quaranta metri di profondità, si effettuano dunque escursioni nel tempo. Tra i tour più quotati, quello dalla durata di un’ora insieme a guide multilingua, in cui si visitano le cisterne nel sottosuolo. Interessante anche il Teatro Greco-Romano, sempre nel sottosuolo, il cui ingresso è in un basso in Vico Cinquesanti. E poi le viscere della chiesa di San Lorenzo Maggiore. Dal chiostro, infatti, si arriva a due strade romane con le relative botteghe: una vera area commerciale e una vasca di età greca, tipica dei mercati dell’epoca.
Anche nel sottosuolo del Duomo di Napoli vi sono tracce del passato greco-romano: una strada greca ed una romana ed edifici di vario tipo, oltre a un porticato con colonne e pavimenti con mosaici.
L’Associazione LAES, ad esempio, è riuscita a recuperare una struttura in vicinanza dei Quartieri Spagnoli, via S.Anna di Palazzo, e da qui si arriva a un rifugio di 3200 metri quadrati che, in tempo di guerra, era in grado di ospitare fino 4000 persone. Tra le testimonianze più toccanti, i graffiti che ritraggono i capi di stato dell’asse Berlino-Roma-Tokio. E poi immagini di donne, soldati, bambini.

A fine 2008, si è avuta la scoperta di un nuovo percorso sotterraneo, precisamente uno risalente all’Ottocento, quando i Borboni fecero creare questo lungo tratto da piazza del Plebiscito a piazza della Vittoria per assicurarsi una via di fuga e raggiungere, in caso di necessità, la Caserma Vittoria di via Morelli. Il percorso però, nel secolo successivo, fu abbandonato e divenne col tempo prima un rifugio antiaereo, poi un deposito per vecchie auto. Oggi quella zona è in via di restauro, in attesa che diventi anch’essa un’attrazione turistica. L’intento è quello di mostrare le auto d’epoca ritrovate sul luogo insieme a una statua di tre metri scoperta in una delle gallerie.
Anche la letteratura parla della Napoli più nascosta. Antonio Piedimonte, autore del libro ‘Napoli Sotterranea’, afferma infatti che “Napoli, non si può dire di averla davvero conosciuta se non ci si è immersi almeno una volta nella sua Ombra. Se non si è vissuta l’esperienza di camminare, anche solo per pochi istanti, dentro il silenzioso respiro del tufo, se non si è passati dal frastuono dei vicoli, tracimanti d’ogni cosa, alla lunare e meditativa immobilità del suo labirinto sommerso”. Mentre ”Non esisterebbe la “Napoli di sopra” se non ci fosse quella “di sotto”. Nell’intricata rete di cunicoli scavati nel tufo – materiale da costruzione per la città in superficie – è scritta la storia partenopea. Dalle vestigia romane alle memorie della seconda guerra mondiale, fino agli ossari, manifestazione “forte” della superstizione popolare” (tratto da Le Porte del Purgatorio di F.Ardito / ” I Meridiani” giugno 2205 n.139).
Valeria Scotti
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Il teatro napoletano
Scritto da nando il 8 maggio 2009
Napoli è musica, ma anche recitazione. E il teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche di questa città. Basti tornare indietro nel tempo e pensare a Jacopo Sannazaro che, tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, recitava le sue farse prima alla corte angioina, poi presso gli aragonesi. Ma il teatro napoletano pre-Novecento è legato soprattutto alla tradizione e all’immagine di Pulcinella, maschera fissa il cui carattere, però, veniva plasmato – come spiegava Benedetto Croce – dagli attori che l’interpretavano.
Il più grande interprete di Pulcinella fu sicuramente Antonio Petito, chiamato anche con l’appellativo di Totonno ‘o pazzo, l’unico a trasformare maggiormente il personaggio. Esordì sulla scena all’età di sette anni e nel 1853, Totonno ereditò dal padre Salvatore (attore) la maschera di Pulcinella. Una vera e propria investitura del camice bianco che lo consacrerà negli anni a venire come Il Re dei Pulcinella e Il Re del San Carlino. Suo allievo fu Eduardo Scarpetta che parlava così del maestro: “Petito era capace di buttare giù una commedia in pochi giorni; ma per scriverla aveva bisogno di parecchie risme di carta, di parecchie dozzine di penne d’oca e di un litro d’inchiostro, metà per la commedia, metà per imbrattarsi gli abiti, le mani e la camicia. E le lettere si allungavano come tracciate dalla mano incerta d’un bambino, ora tenendosi ritte a stento, ora barcollando. Le righe si mutavano da orizzontali in trasversali, e così si andava avanti per pagine intere”.
Scarpetta, a solo quindici anni, fu scritturato da Petito per impersonare il personaggio di Felice Sciosciammocca, spalla comica di Pulcinella. Ma alla morte di Petito, Scarpetta decise di rinnovare il tutto, anche seguendo i gusti ormai cambiati del pubblico napoletano. Introdusse ad esempio i personaggi della borghesia cittadina e mantenne però più vivi che mai i caratteri farseschi della tradizione.

Raffaele Viviani
Altro nome fondamentale della tradizione del teatro napoletano è Raffaele Viviani. Autore, attore, poeta, acrobata, musicista, melodista e cantante nato in una famiglia povera, Viviani metteva in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti, creature vive costrette a sopravvivere in un’eterna guerra. Il teatro di Viviani fu quindi un teatro diverso e sconvolgente costretto, durante il fascismo, a subire anche ostilità e forti censure. Il suo debutto di attore-autore e regista avvenne il 27 dicembre del 1917 al Teatro Umberto di Napoli. Qui inscenò il dramma ‘O vico, commedia in un atto in versi, prosa e musica. Viviani raccontava così il suo teatro: “Non mi fisso sempre una trama, mi fisso l’ambiente; scelgo i personaggi più comuni a questo ambiente e li faccio vivere come in questo ambiente vivono, li faccio parlare come li ho sentiti parlare”. Elogiato da uno dei più famosi chansonnier francesi del Novecento, Felix Mayol, Viviani fu molto amico del comico romano Ettore Petrolini e del siciliano Angelo Musco.

I fratelli De Filippo: Peppino, Titina ed Eduardo
Impossibile poi non citare la famiglia e i fratelli De Filippo. Figli illegittimi dello stesso Scarpetta, i tre fratelli Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo iniziarono giovanissimi a calcare le scene. Nel 1931, dopo aver fondato una compagnia di teatro autonoma, ci fu l’esordio con l’atto unico Natale in casa Cupiello. Da qui il successo e la nascita di tante commedie quali Napoli Milionaria e Filumena Maturano, storie sempre ambientate a Napoli ma capaci di catturare l’attenzione di tutta l’Italia. Per ognuno dei fratelli, un percorso diverso. Per Peppino ad esempio, dopo la guerra, il lancio nel genere più comico andando a interpretare, accanto a Totò, alcuni dei suoi film più conosciuti. Tra questi, Totò, Peppino e la malefemmina e La banda degli onesti.
Anche Totò, comunque, calcò le assi del palcoscenico. I suoi primi successi teatrali arrivarono recitando accanto a Eduardo e Titina De Filippo. In lui, però, un forte amore soprattutto per il genere burlesco di stampo pulcinelliano.
Dopo il primo dopoguerra, poi, l’apparizione della sceneggiata di matrice popolare. Composta da tre atti, questa dava luogo ad una recitazione drammatica. La prima “opera sceneggiata” fu allestita dalla compagnia di G. D’Alessio, la quale rappresentò l’opera Pupatella. Proprio come un varietà, la classica sceneggiata napoletana unisce in un’unica rappresentazione i monologhi, il canto, la musica, il ballo e la recitazione. I motivi principali sono: l’amore, la passione, la gelosia, i valori ancestrali, l’onore, il tradimento, l’adulterio, il rapporto madre-figlio, la vendetta, il codice d’onore, la lotta tra il buono e ‘o malamente”. Ormai tipici i tre personaggi principali che costituiscono un triangolo: isso (lui, l’eroe positivo), essa (lei, l’eroina) e ‘o malamente (il malavitoso, il cattivo). La platea, rispetto al classico teatro, ha nella sceneggiata una partecipazione attiva e mostra la sua adesione o il suo dissenso alla vicenda rappresentata. Capitava infatti nel passato che presenti non fossero d’accordo sul finale della vicenda e nascevano animate discussioni al punto di sfociare in rissi e diverbi.
Valeria Scotti
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Il Real orto botanico di Napoli
Scritto da nando il 8 maggio 2009
Il Real Orto Botanico di Napoli risale al 1807, anno della sua nascita ai piedi della collina di Capodimonte, su alcuni terreni precedentemente appartenuti ai Religiosi di Santa Maria della Pace e all’Ospedale della Cava. L’Orto Botanico di Napoli nacque nel periodo in cui la città partenopea era dominata dai Francesi; questi ultimi realizzarono un’idea concepita da Ferdinando IV di Borbone e la cui attuazione era stata però bloccata a causa dei moti rivoluzionari del 1799.
Al primo allestimento contribuirono vari botanici partenopei mentre Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, firmò nel dicembre del 1807 il decreto di fondazione in cui si indicava come scopo della struttura l’istruzione del pubblico, lo sviluppo delle arti mediche, dell’agricoltura e dell’industria.
La realizzazione del progetto fu affidata agli architetti de Fazio e Paoletti. Il primo realizzò la facciata monumentale, il cui stile si collimava a quello dell’adiacente Albergo dei Poveri, mentre il secondo si occupò della progettazione e della realizzazione della parte inferiore dell’Orto. Con un decreto del 25 marzo 1810, veniva poi nominato direttore dell’Orto Botanico Michele Tenore. Questi aveva compiuto gli studi medici sotto Vincenzo Pedagna. Dal maestro, aveva ereditato la passione per la Botanica che considerava non una branca della medicina, ma come una scienza autonoma. Per questo motivo Tenore decise di organizzare scientificamente l’Orto in modo del tutto nuovo rispetto ai precedenti Giardini dei semplici. Tenore si occupò inoltre sia dell’attività scientifica che delle relazioni esterne.
Dopo di lui, dal 1861, ci fu Guglielmo Gasparrini, che risistemò alcune aree che versavano in cattive condizioni e creò un’area destinata esclusivamente alle piante alpine. Durante la sua gestione fu costruita anche una nuova serra riscaldata. A seguire, Vincenzo de Cesati in carica fino al 1883, Giuseppe Antonio Pasquale, direttore ad interim dopo il 1866, Federico Delpino, il cui mandato fu caratterizzato da difficoltà economiche, e Fridiano Cavara, l’uomo del rilancio. Grazie a lui, furono ristrutturate alcune strutture, ci fu l’istituzione della Stazione sperimentale per le piante officinali e diede il via alla costruzione della struttura che sarebbe presto diventata la nuova sede dell’Istituto.
Oggi l’Orto Botanico, su Via Foria, è una struttura universitaria appartenente della facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali. Conta ben 25mila esemplari di 10mila specie diverse provenienti da ogni parte del mondo. Le collezioni vegetali si suddiviso secondo tre criteri: ecologico (raggruppamento delle specie in base ai parametri ambientali delle zone geografiche di provenienza), sistematico (raggruppamento di specie analoghe dal punto di vista filogenetico) ed etnobotanico (raggruppamenti in base al tipo di applicazione determinato dall’uomo). Interessanti sono anche i complessi di serre e il museo di Paleobotanica ed Etnobotanica, ospitato nel Castello seicentesco.
Le attività svolte attualmente dall’Orto Botanico riguardano la coltivazione e la presentazione a fini museologici delle collezioni e lo svolgimento di manifestazioni artistiche e culturali, la ricerca, la didattica e la conservazione di specie rare o minacciate di estinzione. L’attività di ricerca svolta nell’Orto Botanico riguarda principalmente lo studio delle caratteristiche macro- e micromorfologiche di alcuni gruppi, lo svolgimento di indagini etnobotaniche presso comunità rurali dell’Italia centro-meridionale e l’analisi di fossili vegetali provenienti da diversi geositi campani.
L’attività didattica svolta dall’Orto Botanico si rivolge agli studenti universitari ma anche agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori. Quotidianamente il personale dell’Orto Botanico organizza infatti visite guidate di scolaresche, mentre annualmente vi sono corsi annuali per l’abilitazione del corpo insegnante all’uso didattico dell’Orto e delle sue collezioni.
La conservazione e la protezione di entità rare, endemiche e/o in via estinzione è un’attività che con il passare del tempo ha assunto sempre maggiore importanza. Nell’Orto partenopeo sono custodite collezioni relative a gruppi di piante sempre più rare nei loro ambienti naturali, come ad esempio le Cycadales e le felci arboree, e sono coltivate entità endemiche viventi in Campania, come ad esempio Kochia saxicola e Primula palinuri, o scomparse dai siti naturali della nostra regione, come Ipomoea imperati.
Queste specie nostrane vengono riprodotte o moltiplicate, in modo da ottenere un cospicuo numero di esemplari da usare per un’eventuale reintroduzione in natura qualora le entità dovessero scomparire dai loro siti naturali.
Attualmente nell’Orto Botanico vi sono quattro serre in esercizio: il complesso delle Serre Califano, la Serra Merola, le Serre delle piante utili e strutture a corredo di alcune aree ove si lavora alla riproduzione e alla moltiplicazione di specie esotiche.
Il complesso di Serre dedicate al botanofilo Luigi Califano, ad esempio, è davvero ampio: si estende per circa 5000 m2 e si compone di vari ambienti. Tra le innumerevoli collezioni, la più importante è quella delle Cycadales, 1000 esemplari appartenenti a 90 specie . Qualche nome: la Encephalartos woodii, estinta in natura, la rara Microcycas calocoma e diverse specie del genere Dioon. Ci sono poi le Bromeliaceae, tra cui spiccano le entità del genere Tillandsia, delle piante insettivore e delle specie del genere Sansevieria.
Valeria Scotti
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Il vero caffè napoletano: a’ tazzulell’ è cafè!
Scritto da nando il 8 maggio 2009
Inchino e onore al vero caffé napoletano! I napoletani lo amano e sanno come prepararlo a regola d’arte. La tazzulella ‘e cafè fa parte delle irrinunciabili abitudini del napoletano: è la pausa di lavoro, il complemento del pranzo, la bevanda che più si offre a d un ospite. E questo caffé rappresenta ormai in Italia ed all’estero il must della cultura e della tradizione partenopea.

Il metodo tradizionale per fare un vero caffé napoletano richiede la macchinetta napoletana, appunto. La prima fu costruita nel lontano 1691 da Du Belloy. Alcune istruzioni basilari: una volta aperta e riempito il filtro, la povere di caffé va appiattita con un cucchiaino e vanno praticati alcuni piccoli solchi nella miscela. Anche l’acqua ha una grande importanza per la preparazione del caffé e quella di Napoli del Serino si diceva fosse la migliore per tale operazione. Una volta che la caffettiera va sul fuoco, si può passare alla preparazione del cosiddetto coppetiello, un foglietto di carta di giornale bagnato e plasmato a forma di cono, da inserire sul beccuccio. La sua funzione è quella di imprigionare l’aroma e il profumo del caffé all’interno della macchinetta.
Tale rito casalingo veniva esaltato dal grande Eduardo in una scena di Questi fantasmi, quando spiega ad un dirimpettaio l’uso di questa tecnica e sottolineava: “A noialtri napoletani, toglierci questo poco di sfogo fuori al balcone… Io, per esempio,; a tutto rinuncerei tranne a questa tazzina di caffé, presa tranquillamente qua, fuori al balcone, dopo quell’oretta di sonno che uno si è fatta dopo mangiato. E me la devo fare io stesso, con mani. Questa è una macchinetta per quattro tazze, ma se ne possono ricavare pure sei, e se le tazze sono piccole pure otto per gli amici… il caffé costa così caro..”.

La caffettiera tradizionale napoletana
Per usare al meglio la caffettiera napoletana, comunque, si è soliti mettere, per ogni tazzina, almeno 5-6 grammi di caffé a macinatura media nel filtro al centro della macchinetta.
A Napoli, fino a tutto il 700, il caffé non ebbe gran successo. Notizie su questa bevanda circolavano nella città partenopea dai primi del 600, grazie al viaggiatore romano Retro Della Valle che ne parlò nella sua corrispondenza da Costantinopoli, o negli scritti della Scuola Medica Salernitana risalenti al XIV secolo. La vera e propria diffusione del caffé a Napoli avvenne solo nei primi anni dell’800, quando comparve la figura del Caffettiere ambulante. Questo, con i suoi due tremmoni (contenitori) pieni di caffè e di latte, girava per le strade alle prime luci dell’alba, insieme a un cesto con tazze e zucchero.
E’ sempre in quel periodo che in città iniziarono a comparire numerosi caffè. Tra i più celebri, il Diodati, il Fortuna, il S. Apostoli, il Caffè dei Tribunali (meta preferita degli avvocati), il Bar Starace (meta di Antonio Petito), il Caffè Vacca in Villa comunale, il Caffè d’Italia in via Toledo. Ma il caffè per antonomasia fu il Gambrinus ubicato all’angolo di via Chiaia. Affrescato per la maggior parte da Caprile, accolse famosi personaggi politici come Crispi, Nicotera, Bonchi, Labriola, Miraglia e l’élite napoletana dei Filangieri, Zerbo, Salazar, Schilizzi, Sirignano, Colonna, Caracciolo, Pignatelli e del Balzo, nonché artisti e poeti da Di Giacomo a Serao, Dalbono, Gemito, Murolo, Bovio, Michetti, Russo, Bracco, D’Annunzio. Nei locali del Gambrinus nacquero celebri canzoni tra le quali “A Vucchella” di Gabriele D’Annunzio e Paolo Tosti. Altri “Caffè” importanti furono il Torgiani, il Donzelli, l’Uccello in via Duomo; l’Aceniello a Porta San Gennaro; il Turco in Piazza del Plebiscito.
Il caffè unito a panna e cioccolata, chiamato barbajata, fece la fortuna di Domenico Barbaja, impresario del Teatro San Carlo e scopritore di talenti come Rossini, Donizetti, Bellini e moltissimi cantanti lirici. Il famoso medico napoletano Giovan Battista Amati, intanto, affermava di aver ottenuto utili risultati a curare le malattie degli occhi con i vapori del caffè, mentre per Ippolito Cavalcanti duca di Buonvicino, il caffé era elemento indispensabile per chiudere tutti i pranzi importanti. Infine, nel 1845, il medico Gaetano Picardi, anch’egli appassionato consumatore, decise di scriverne una approfondita storia: Del Caffè. Racconto storico-medico. Se per Charles Maurice de Talleyrand, nominato da Napoleone principe di Benevento un buon caffé doveva avere quattro qualità: (nero come il diavolo, caldo come l’inferno, puro come un angelo e dolce come l’amore), a Napoli oggi più che mai vale la regola delle tre C per un caffé perfetto: caldo, carico e comodo.
Una curiosità: è sempre più obsoleto il galateo del caffé. Tra le regole di bon ton, quella di non servire agli ospiti il caffé a tavola, ma su un tavolino in soggiorno accompagnato da un dolce o da piccola pasticceria. Richiesto, inoltre, un bel servizio di porcellana con annessi piattino e sottopiattino su un vassoio elegante. Per chi si trova a bere il caffé, invece, il gesto di mescolare lo zucchero muovendo leggermente il cucchiaino dall’alto in basso e viceversa, e di berlo portando la tazza alle labbra con la mano destra mentre, con la sinistra, si tiene il piattino.
Valeria Scotti
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Città della Scienza
Scritto da nando il 24 aprile 2009
E’ nella zona Ovest di Napoli, precisamente a Bagnoli, che si erge la Città della Scienza, precisamente nei territori un tempo adibiti a industrie poi dismesse. Tra le sue funzioni, proprio la riqualificazione dell’area ex-industriale di Bagnoli e dell’ex vetreria LeFevre, i cui padiglioni oggi restaurati risalgono ai primi dell’Ottocento.

Uni degli spazi della città della scienza
Il complesso accoglie un Science Centre ovvero un museo scientifico interattivo di seconda generazione “Hands-on”. Il tutto è arricchito da un’area dedicata alla Formazione, allo Sviluppo territoriale e alla creazione di nuova imprenditorialità nel Mezzogiorno. In più, numerosi spazi spesso sede di eventi, congressi, meeting e conferenze.
Ideata dalla Fondazione IDIS nel lontano 1987 con una prima fase di sperimentazione, è nel 1996 che Città della Scienza ha visto in maniera ufficiale la luce grazie a un Accordo di Programma sottoscritto fra il Ministero del Bilancio, la Regione Campania, la Provincia di Napoli, il Comune di Napoli e la stessa Fondazione IDIS.
Come si racconta sul libro La Città della Scienza (Storia di un sogno a Bagnoli) di Pietro Greco: «La Fondazione Idis-Città della Scienza è una giovane comunità che vive e lavora in una vecchia fabbrica chimica, recuperata con elegante operazione di archeologia industriale e affacciata sul golfo di Napoli, sotto la collina di Posillipo, tra Nisida e Bagnoli. Sessantacinquemila metri quadri su cui si distende la più moderna interpretazione di un concetto (anzi, di un valore) che è uno degli elementi fondanti della costituzione mai scritta ma operante da almeno quattrocento anni nella Repubblica della Scienza: comunicare tutto a tutti, per rendere il sapere scientifico un bene a disposizione non di questo o di quello, ma dell’intera umanità. La Città della Scienza, creata dal fisico Vittorio Silvestrini a Bagnoli, in un’area industriale dismessa, è il primo esempio di riconversione perfettamente riuscita, e ospita il più grande e innovativo museo hands on d’Italia, uno dei più grandi e innovativi musei interattivi d’Europa. Ma Città della Scienza è anche e soprattutto un luogo in cui la diffusione informale e democratica del sapere scientifico diventa la leva per un nuovo sviluppo economico. La storia della Fondazione Idis-Città della Scienza è storia della costruzione, nel Mezzogiorno d’Italia, di un nuovo modello generale di sviluppo: un modello culturale ed economico per sottrarsi al declino ed entrare nella Società della Conoscenza».
Il modello concettuale della Città della Scienza è concepito secondo tre diversi pannelli tra loro comunicanti. Si parte con lo Science Center “Museo vivo della Scienza”, il primo museo scientifico interattivo di nuova generazione in tutta Italia. In questa sede, viene dato spazio a percorsi esperienziali, esperimenti scientifici, multimedialità, teatro scientifico, laboratori didattici e mostre su un totale di 10.000 mq. di area espositiva.
C’è poi il BIC (Business Innovation Center), con un Incubatore per nuove imprese specializzate nelle ICT (Information & Communication Technology) e dei servizi ambientali e servizi agli enti locali e territoriali. Infine, il Centro di Alta formazione, la cui funzione è quella di potenziare e qualificare il potenziale umano a sostegno dei processi di innovazione e sviluppo.
Importanti le esposizioni di arte contemporanea ospitate nella Citta della Scienza. Nella storia del complesso, si sono succeduti i lavori dell’americano Sol Lewitt, le opere di artisti come Plessi, Ceroli, Rockeby e Berrocal. , l’opera d’arte territoriale di Dennis Karavan “La via della conoscenza 2001″, il lavoro “La fonte dei segni” del gruppo di Studio Azzurro, l’installazione “Very nervous sistem” di David Rokeby e ” Mechanical clock” dell’artista americano Norman Tuck.
Tra le ultime iniziative che si sono svolte alla Città della Scienza, oltre quelle dedicate ai più piccoli in occasione delle feste di Natale dell’Officina dei Piccoli, c’è la festa della Primavera in collaborazione con l’Unione Astrofili Napoletani. In occasione dell’Anno Internazionale dell’Astronomia, gli ospiti di Città della Scienza hanno potuto concedersi una serata particolare dedicata all’osservazione delle stelle e dei pianeti del cielo di primavera, oltre a poter approfondire la storia e il funzionamento di antichi strumenti astronomici della misura del tempo. A disposizione dei presenti, i telescopi dell’UAN e il planetario di Città della Scienza.
In più, per tutti la possibilità di partecipare all’iniziativa mondiale GLOBE AT NIGHT che ha permesso, con l’aiuto delle guide scientifiche, di scrutare, riconoscere la costellazione di Orione e di misurare l’inquinamento luminoso del cielo.

Spazi espositivi
Nel recente week end pasquale, poi, l’area espositiva del Science Centre ha visto l’allestimento di una sezione espositiva dedicata alla “Terra inquieta”, un percorso che ha mostrato i meccanismi della dinamica endogena della terra: dalla distribuzione dei terremoti e dei vulcani sulla superficie terrestre alla teoria della tettonica delle placche, e poi le eruzioni vulcaniche fino all’interpretazione di sismogrammi. Inoltre, un incontro con il prof. Aldo Zollo del Dipartimento di Scienze Fisiche dell’ Università degli Studi di Napoli Federico II sui terremoti, tornato tristemente alla cronaca in questi giorni dopo il sisma che ha colpito le popolazioni abruzzesi.
Valeria Scotti
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